lunedì 5 maggio 2008

Leone di Omaha, facci vedere chi sei!


Avendo eletto a stella polare nella tempesta perfetta il Leone di Omaha, Warren Buffett, così come ho indicato, paris aequo, il finanziere e filantropo George Soros, non posso assolutamente non tenere conto delle idee esposte ieri da Buffett nel mega raduno (32 mila persone) che, come accade ogni anno, gli dà l’occasione per illustrare i risultati della sua Berkshire Hataway, la sua fortunata intrapresa che lo ha reso ricchissimo ed ha dato modo alle tante persone che hanno creduto in lui di moltiplicare per enne volte il proprio investimento, spesso effettuato decenni orsono.

Ebbene, gli alti marosi della crisi finanziaria in corso non hanno risparmiato neanche il conglomerato gestito in modo molto conservativo da Buffett, che ha dovuto registrare nel peraltro universalmente tragico primo trimestre del 2008, una flessione degli utili pari al 62 per cento e che porta gli stessi, in valore assoluto, al di sotto della soglia del miliardo di dollari, anche se l’azione, dal valore unitario molto pesante, renderà circa 1.600 dollari, lenendo un po’ la sofferenza dei convenuti alla Woodstock del capitalismo, persone che, in realtà, erano accorse soprattutto per sentire dalla viva voce del settantasettenne loro vate e dal suo collega, che di anni ne conta ottantatrè, qualche parola chiara sulla più lunga e preoccupante crisi finanziaria dal secondo dopoguerra.

La cosa che credo ha addolorato di più l’anziano leone è stata certamente l’origine di questa così vistosa flessione dei risultati di un conglomerato che è sempre stato visto come la realizzazione in terra del sogno americano, in quanto non è venuta dalle attività industriali, quanto, e ciò in fondo era largamente prevedibile, dal settore finanziario del gruppo, colpito da perdite per 1,6 miliardi di dollari sul rilevante ammontare nozionale di derivati montati a scopo di copertura delle rilevanti attività assicurative del gruppo stesso.

Warren non li ha certo delusi, anche se le sue parole vanno interpretate alla luce del posizionamento molto particolare dei suoi pur diversificati investimenti, tra i quali, come è universalmente noto, non compaiono né dot.com, né altre modernerie da lui pubblicamente aborrite, ma solide quote di partecipazione in solide società leader nei rispettivi settori, un’importante branca assicurativa che gli ha fornito l’esperienza per entrare di recente nel comparto in grande affanno delle monoliner, per finire con l’ultimo colpo, effettuato in joint venture con la Mars, un colpo che gli ha consentito di contribuire in modo determinante a creare un vero e proprio colosso nei dolciumi ed affini, settore strategico, insieme a quello dell’intrattenimento, in ogni crisi finanziaria che si rispetti nel momento in cui la stessa ha come epicentro quell’alquanto fanciullesca nazione che, in fondo, sono gli Stati Uniti d’America.

Confesso di non avere letto il resoconto completo del discorso, del quale so soltanto che è stato lunghissimo come al solito, ma sono rimasto colpito, come credo tutti i lettori dei quotidiani di oggi, dall’affermazione attribuita a Buffett e che, pur in assenza di un preciso virgolettato, lo vedrebbe autore dell’idea che siamo ormai nella fase finale della tempesta perfetta ancora in corso, una posizione che, ove confermata dal testo, non mi troverebbe assolutamente d’accordo e che sarei portato ad attribuire ad una temporanea overdose del tanto reclamizzato pasto quotidiano del finanziere, un pasto basato su hamburger e patatine fritte, il tutto innaffiato da massicce dosi della sua prediletta Coca Cola (della quale, ovviamente, è azionista rilevante).
A costo di apparire contraddittorio ed irrispettoso, infatti, mi permetto di suggerire sommessamente alla mia stella polare di compiere la sua abituale ed attenta analisi fondamentale e di dirci, a conclusione della sua elaborazione, se lui investirebbe i suoi soldi (dispone di un patrimonio personale stimato in 73 miliardi di dollari), nonché quelli a disposizione del suo conglomerato in qualcuna delle entità più esposte agli alti marosi dell’attuale tempesta perfetta, lasciando a lui l’imbarazzo della scelta tra le residue Big Four, in particolare la sempre più pencolante Lehman Brothers, oppure, tra le grandi banche commerciali, di operare una scelta qualsiasi tra le veri cheap Citigroup, Bank of America, Wachovia Bank o, spostandosi all’estero, tra le ancora più economiche UBS, Deutsche Bank, Socgen, Credit Agricole, Unicredit Group, Intesa-San Paolo, o qualcuna tra le tre grandi banche britanniche.

Sarebbe bello che, dopo gli esosissimi fondi governativi arabi o asiatici, a mettere mano al portafoglio, e non mediante la turbata dei prestiti obbligazionari convertibili a certo, ma sempre lontano, tempo data, fosse un americano purosangue e tutto di un pezzo come Warren certamente è, a differenza dei tanti miliardari immigrati dopo la seconda guerra mondiale negli ospitali USA, fornendo così a noi tutti quello che, almeno nell’orribile gergo delle dealing e delle trading rooms, è definito come buy signal, un segnale di acquisto che certamente rincuorerebbe i tanti investitori spaventati e disorientati dai continui appelli formulati dai banchieri centrali e dai ministri economici del G7 ai banchieri di ogni ordine e grado affinché si decidano a dire finalmente la verità, con l’ovvia aggiunta di dirla proprio tutta.

Non credo che ciò sia avvenuto, anzi mi azzardo a dire che ciò non si verificherà nemmeno in quello che usiamo definire il futuro prevedibile, anche perché credo che quel mondo di aziende che ha popolato il Nasdaq negli ultimi anni, prima e dopo il grande scoppio della bolla nel 2000-2001, sia in realtà composto da aziende trasparenti e facilmente gestibili, ove poste a paragone con entità dotata di divisioni di Corporate & Investment Banking, per non parlare poi di quelle CIB delle CIB che sono in realtà le quattro Investment Banks statunitensi sopravvissute, almeno per ora, alla crisi finanziaria che, lo ricordo, sta per compiere i suoi primi nove mesi.

Non voglio certo con questo provocare il bravissimo Buffett, anche perché dubito fortemente del fatto che sia uno dei miei pochi ma assidui lettori statunitensi, ma credo proprio che, conoscendo le sue inveterate abitudini, raramente parla di qualcosa che non conosce ed altrettanto raramente non fa seguire, ad una sua dichiarata convinzione, i fatti concreti alle parole, anche se sono certo che le parole sono state mal interpretate e che molto difficilmente lo vedremo nei consigli di amministrazione (già, perché raramente investe senza chiedere un posto di riguardo nel board of directors, per il terrore dei suoi nuovi compagni di tavolo) di qualche banca di investimento o di qualche banca più o meno globale, semmai a dover ascoltare la relazione del capo degli apprendisti stregoni di qualche CIB o di qualche banca di investimenti tout court.

Ricordo che il video del mio intervento al convegno della UIL sulla crisi finanziaria è presente nella sezione video del sito dell’associazione Free Lance International Press all’indirizzo http://www.flipnews.org/